COSE DI CASA

*questo reportage è uno dei 40 contributi confluiti e pubblicati su MAZ, un portale di storie di vita e movimento, all’interno di Razza Migrante. 

“Cose di casa” è una serie di fotografie nate tra le mura del dormitorio sociale Accoglienza degna, costruito a dicembre 2015 all’interno dell’ex caserma Masini occupata, Làbas, a Bologna. Il dormitorio è autogestito da volontari che operano in questo spazio di convivenza, assistenza legale, discussione, inchiesta e attenzione alle politiche migratorie. L’obiettivo è infatti accogliere chi si trova senza casa all’inizio e durante l’inverno, escluso dalle strutture di accoglienza pubbliche. Assistenza legale e medica, mediazione linguistica e supporto, cambio d’abiti, pasti, internet-point, ricarica telefono e informazioni su altri luoghi sicuri in Italia e in Europa sono i servizi di primo aiuto forniti. “Recuperata dai progetti di speculazione e dall’abbandono decennale, restituita agli abitanti di Bologna come laboratorio di progetti politici e sociali di carattere antifascista, anticapitalista e antisessista che mirino a trasformare radicalmente un presente fatto di miseria, esclusione, razzismo, precarietà, devastazione ambientale e culturale”: questo è Làbas oggi, occupato nel novembre del 2012 da un collettivo politico formato da lavoratori, disoccupati, studenti.

Questo è il terreno dove il dormitorio sociale Accoglienza degna è nato, contesto di condivisione di spazi, idee, energie e intenzioni, un luogo di impegno e risoluzione quotidiana dei bisogni. L’obiettivo di partenza del progetto – un work in progress, testimonianza di un’esperienza di accoglienza sincera, reale – era quello di mostrare i volti di chi è stato accolto, di chi ha trovato nel dormitorio una nuova casa anche se provvisoria. Inizialmente alcuni degli abitanti erano entusiasta e disponibili a farsi ritrarre e a raccontare il loro percorso, ma ben presto è emersa la difficoltà per molti di mostrarsi: per ragioni politiche, per ragioni legate alla mancanza di documenti e quindi per paura, ma anche per imbarazzo o addirittura vergogna. Molti ragazzi, soprattutto i più giovani, nascondono la loro condizione a parenti e amici lontani perché vedono le difficoltà di realizzarsi e costruirsi un futuro in Europa come una sconfitta personale dolorosissima. Per questo ho deciso successivamente di spostare l’obiettivo e di far parlare gli oggetti degli abitanti del dormitorio, chiedendo loro di farmi vedere cosa avevano di caro, intimo, oggetti a cui fossero più legati e che sono diventati altro, un di più fondamentale, un ricordo, un filo di connessione tra mondi, spazi e tempi, vicini e lontani. Qualcuno mi ha portato cose riguardanti la propria religione, una componente profondamente presente in molti di loro, testimone di una cultura, un ponte che condurrà sempre alle proprie origini. Altri hanno avuto difficoltà a scegliere un oggetto: spesso vestiti di sole cicatrici, sono poche, pochissime, le cose che sono riusciti a portarsi dietro durante il loro viaggio. Ciò che hanno potuto mostrare è diventato quindi il presente: il quaderno con gli esercizi di taliano, una lingua che è strumento per ripartire, conoscere e ricostruire oppure il passaporto, oggetto purtroppo essenziale per garantirsi la libertà di potersi muovere nella “legalità”. Qualcun altro invece mi ha mostrato un sentimento, un ricordo, una passione, che vanno al di là delle frontiere, delle origini e delle destinazioni, perché sono qualcosa che semplicemente cammina con noi, ci dà forza, definendo i nostri contorni, tenendo insieme i pezzi. Tra gli oggetti del passato, quelli del presente, quelli legati a ricordi e culture lontane, ma salde, quelli che testimoniano una condizione di precarietà, qualcuno mi ha parlato del dormitorio nato a Làbas come di una nuova casa, un posto dove sentirsi al sicuro, un luogo di per sé prezioso.

In una città, in generale in un Paese, dove questioni come gli sfratti, l’accoglienza dei migranti e gli spazi pubblici lasciati all’abbandono sono all’ordine del giorno e terreno di scontro e ingiustizia sociale, le storie di queste persone e il loro esistere in un contesto come il dormitorio diventano testimonianza attiva di un’accoglienza reale, di uno scambio fra mondi ed esperienze, della possibilità di costruire reti tra persone solidali e con gli stessi ideali – vivi – alla cui base sono poste pratiche di antirazzismo e anticapitalismo quotidiani. Le vite di queste persone pongono – tra gli altri – anche un importante interrogativo: “cos’è casa?”. A Bologna, la città degli sfratti, dove in un periodo di forte crisi economica intere famiglie vengono buttate fuori casa, dove il welfare è ridotto in briciole, dove le istituzioni fuggono dalle responsabilità senza dare risposte (ma non davanti alla speculazione), un dormitorio sociale nato in un luogo salvato dall’abbandono diventa – assieme ai suoi abitanti – La risposta a un mondo dove le disuguaglianze, il razzismo, l’indifferenza e l’individualismo sono sempre più profonde e La possibilità concreta di una città sinceramente solidale, umana, possibile.

 

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