Un giorno a scuola

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre.”

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Kaltouma scrive e legge poco, ma ha una grande tenacia e ricopia fiumi di parole accavallandole sopra righe di quaderno disordinato. È in Italia da 18 anni, ha cambiato varie case, è tornata spesso nel suo paese e il giorno in cui è arrivata qui se lo ricorda benissimo. È partita sola con i suoi quattro bambini e quattro valigie in autobus dal Marocco per raggiungere il marito. Ha impiegato 4 giorni a causa di un guasto al motore all’altezza di Malaga, che ha fermato il viaggio più di un giorno. Questo racconta Kaltouma, un po’ da sola, un po’ con l’aiuto delle sue compagne, tutte marocchine come lei, e sorride, sorride sempre, con gli occhi, con la bocca, con la voce, viene voglia di starle accanto. “Qual è un ricordo che conservi della tua vita in Marocco?”, le chiedo.
Ha risposto “La mia pecora. Mi voleva bene, mi amava e quando sono andata via ha pianto e quando tornavo belava di gioia, mi veniva incontro, non mi mollava più!”.

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A Baricella è stato realizzato un corso di 40 ore, troppo poche per vedere migliorare la lingua italiana parlata da queste donne, ma sufficienti per creare un legame, parlare di noi, ascoltare racconti che, come quelli di Kaltouma, lasciano spazio alla memoria personale, quella lontana e quella presente di tutti i giorni. Una strana alchimia si crea in questi brevi spazi di tempo dove le faccende domestiche rimangono tra le mura di casa e le parole si riempiono di leggerezza e tranquillità.

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Ciò che ho imparato in tanti anni di lezioni d’italiano è l’importanza dei contenuti nascosti tra le esigenze di apprendimento che sono sui libri, che piano piano riempiamo, spiegazziamo, cancelliamo, riscriviamo. Non ci sono registratori né video, la lezione frontale si trasforma in un lavoro di gruppo perché il livello perfetto di partenza non è mai raggiunto, quindi le più brave, le più scolarizzate aiutano le altre, ma a volte chi non scrive o legge sa parlare bene e così, ancora una volta, c’è chi aiuta chi è meno bravo.

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Parlo al femminile perché il 90% dei corsi sono frequentati da donne, casalinghe per lo più o lavoratrici saltuarie. A Baricella la frequenza non è mai calata e questo è importante per chi, come noi, lavora in questi progetti, perché non è semplice trovare un gruppo che tenga il passo fino in fondo. Le assenze hanno diverse motivazioni: a volte si tratta un bambino malato che non sanno a chi lasciare, altre è uno screzio con il marito, altre ancora la fatica del Ramadan o la distanza tra scuola e casa o semplicemente la frustrazione dell’imparare, lo sforzo che non viene soddisfatto dai risultati ottenuti.

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Quaranta ore di corso non sarebbero sufficienti per imparare nessuna lingua, ma non è comunque poco per chi vuole cominciare a fare un percorso di apprendimento che impegna così tante energie. Per questa ragione i contenuti entrano in nostro aiuto, perché sono convinta che non ci sia motore più forte, per imparare a parlare, di quello che ti fa esprimere chi sei, cosa vuoi, quali sono i tuoi sogni, le tue paure, i tuoi grandi amori e affetti. Se parliamo di noi, di ciò che ci interessa, “troviamo” le parole, se ci caliamo in uno schema di conversazione da “manuale”, allora “copiamo” le parole. Si tratta di una differenza enorme.

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Durante la festa di fine corso.

Lavorare con la narrazione è molto difficile quando il livello di partenza è elementare o addirittura di pre-alfabetizzazione, ma grazie ad ambiti lessicali circoscritti a esperienze di vita quotidiane e di dimensione affettiva i risultati ci sono: piccole composizioni scritte, frasi isolate, parole dette, descrizioni, brevissimi racconti scritti e orali. La lingua come veicolo di esperienze, conoscenze, emozioni in un divenire che nasce dalla presentazione degli argomenti, il riconoscimento delle strutture, la produzione scritta e orale senza mai dimenticare di non avere fretta, né di insegnare né di imparare. Abbiamo visto qualche lacrima nel momento del raccontarsi, ma soprattutto abbiamo ascoltato tante risate, confusione di chiacchiere che cercano spiegazioni e poi silenzi, interrotti da qualche bambino affamato che piangeva nella culla.

In classe c’erano due gruppi di lavoro, abbiamo condiviso l’enorme spazio concesso dal centro anziani “la Baita”, proprio a fianco al comune di Baricella. Io seguivo le donne scolarizzate, Simona si occupava delle scarsamente alfabetizzate. Sono stati due mesi e mezzo di condivisione di tempo, di conoscenza reciproca e di conquista della loro fiducia, senza la quale poco sarebbe possibile realizzare.

Francesca Z., insegnante L2 del corso di Baricella, realizzato all’interno del Piano distrettuale per la diffusione della conoscenza della lingua italiana promosso dai Comuni del Distretto socio-sanitario di Pianura Est della provincia di Bologna e realizzati da Lai-momo soc. coop.


I corsi di italiano per stranieri sono una realtà̀ che ho conosciuto qualche anno fa e che nel giro di poco tempo è riuscita a darmi tanto. Questa volta sono stata contattata per seguire come “tutor” un piccolo gruppo di persone scarsamente alfabetizzate, tutte donne e provenienti dal Marocco, all’interno di un corso L2 a Baricella, il piccolo paese della provincia di Bologna dove vivo. Per quanto questo lavoro richieda un quantitativo di energia notevole ad esso corrisponde poi una soddisfazione particolare, preziosa: notare i piccoli progressi, sottolineare i timidi passi avanti, lodare l’impegno che queste donne mettono nel tentativo di uscire dall’aula un po’ più̀ consapevoli del loro ingresso è qualcosa a cui difficilmente si riesce a dare un valore.

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Così, per una quarantina di ore, abbiamo condiviso uno spazio, ma soprattutto altro: il tempo è relativo, insufficiente per imparare, a volte anche solo intuire, i tratti di una lingua sconosciuta. La presa sulla penna non è salda, ignota è la geometria dei fogli di quaderno, ma è proprio quando il linguaggio delle parole latita che succede qualcosa di inaspettato e prezioso: si condividono sguardi densi di intenzioni e intuizioni, si usano le mani, le espressioni del viso si mescolano alle poche parole italiane che si conoscono e alla propria lingua madre. Il risultato è una tensione positiva, un carico di energia che si trasforma sempre in una risata, in un sorriso imbarazzato, ma soddisfatto, in una lucida condivisione.

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È capitato che ogni tanto Naima arrivasse in ritardo al corso perché́ quando non riusciva a prendere l’autobus decideva di percorrere sette chilometri a piedi dal luogo del suo lavoro (notturno) alla nostra sede. Come se vedesse nelle due ore e mezza passate insieme a scrivere e parlare qualcosa di preziosissimo, arrivava scusandosi sommessamente, sinceramente dispiaciuta del ritardo. Ho ancora negli occhi i suoi quaderni con pagine infinite di lettere, parole, brevi frasi, testimonianze reali di questa pura intenzione, di questa infinita determinazione. Anche negli occhi di Aicha, la più anziana del gruppo, scorreva vispo un certo impegno, una specie di perseveranza davvero tenace anche di fronte ai progressi infinitesimali di ogni giorno. Nadia, aiutata dalla figlia, ha fatto salti in avanti entusiasmanti, così come Saadia, con il suo sguardo dolce e triste.

È difficile per queste signore trovare il tempo e lo slancio giusto per aprire i libri in momenti diversi da quelli del corso: sono mogli, madri e sono analfabete. Riuscire ad orientare lo sguardo su segni stranieri, concentrare i propri sforzi su suoni profondamente diversi da quelli conosciuti non è un’operazione semplice. Sono richiesti strumenti che spesso queste donne non riescono ad avere nell’immediato. Di frequente poi intervengono gli ostacoli, le condizioni e le situazioni del reale, di un quotidiano che per certi versi può essere ostico, a volte soffocante. Vedersi settimanalmente acquista quindi un senso in più, come un momento in cui rincontrarsi, ritrovarsi, riprendere i fili a piccoli passi, ripetere, radunare le energie di tutte per riconoscersi e ripartire ogni volta senza abbattersi. In questo le signore sono state fortissime: la costanza che hanno avuto è lodevole, non sono quasi mai mancate a questo appuntamento. Questa sfida, questo mettersi in gioco totalmente, ha richiesto loro non solo impegno, ma anche la necessità di aprirsi e donare piccole parti di sé: le ho raccolte con tutta la sensibilità e dolcezza che conosco, le stesse che ho visto nei loro occhi pieni di tenacia.

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Abbiamo quindi condiviso non solo uno spazio, ma anche il tempo presente di quei giorni e quello passato delle loro vite, dei loro viaggi, delle loro esperienze giornaliere in cui solo la lingua italiana può avvicinarle e aiutarle a prendere posto in questo piccolo paese quale è Baricella, in quello che ora è il Paese in cui vivono e si chiama Italia. Abbiamo condiviso – a volte basta uno sguardo, un abbraccio – momenti importanti che spesso sconvolgono la quotidianità di tutti, ma anche le ricette per fare un buon couscous; le speranze affinché́ i loro figli continuino a lavorare e gli occhi illuminati dal pensiero dell’estate da passare in Marocco; un ricordo doloroso riaffiorato all’improvviso e la sorpresa di come alcune parole italiane e arabe si somiglino; il divertimento nello scoprire che allo stesso suono corrispondono parole italiane e arabe con significati molto diversi, lo scambio reciproco e la voglia di conoscersi un po’ di più; l’imbarazzo di una parola italiana che proprio non si riesce a pronunciare e la soddisfazione del guizzo di memoria quando l’associazione tra segno e suono è finalmente quella giusta.

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Per la festa di fine corso le donne hanno portato cibi tipici marocchini da condividere con tutti.

Le lettere, le parole che formano una lingua, sono uno dei pochi strumenti che abbiamo per tendere la mano, ascoltare e conoscerci. Arricchite da tutto quell’universo sensoriale, che necessariamente interviene quando i suoni faticano a uscire o la penna è faticosa da tenere in mano, diventano un’esperienza, una delle più forti e preziose che possiamo fare con gli altri. Lo scambio è stato continuo, di nozioni ma anche di ruoli: le signore sono diventate insegnanti perché́ hanno deciso di aprire un varco sul loro mondo, perché́ ci hanno permesso di scorgere una piccola parte di loro stesse e in silenzio ci hanno insegnato come attraversarle. Le insegnanti sono diventate studentesse nello stesso istante, quando insieme, mano nella mano, in una passeggiata lunga quaranta ore, si sono lasciate condurre ricordando l’importanza del silenzio e hanno vissuto una piccola parte della vita delle loro studentesse.

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Costruire in breve tempo un mondo di sensazioni, soddisfazioni e sguardi sinceri che si aspettano e si rispettano è possibile: questo tempo passato insieme alle signore ne è la dimostrazione, ma non solo. L’esistenza di questi corsi è fondamentale sia per i risultati effettivi che si ottengono in considerazione dell’apprendimento di una lingua, ma soprattutto perché́ permette scambi e incontri magici, altrimenti impossibili. È su questi scambi e incontri che si possono porre le basi di un rapporto, in primis di fiducia, sincero e proficuo anche dal punto di vista della didattica, soprattutto quando gli studenti sono persone adulte e non scolarizzate, bisognose di fiducia nelle loro capacità.

La promessa è quella di vederci al prossimo sguardo, al prossimo “ciao maestra!”, al prossimo “grazie” detto all’unisono, al prossimo corso di italiano.

Simona H. tutor nel corso L2 di Baricella, realizzato all’interno del Piano distrettuale per la diffusione della conoscenza della lingua italiana promosso dai Comuni del Distretto socio-sanitario di Pianura Est della provincia di Bologna e realizzati da Lai-momo soc. coop.

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